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IL GIUDIZIO DI OTTOBRE
Il 21 Gennaio 1924, si spegne Vladimir Ilic Lenin, guida dei Soviet, il quale idolo aveva scatenato le masse ad aprire il fuoco, per la prima volta in maniera organizzata e coalizzata ne l’Unione Sovietica. Il caporalato russo vede una fine, con la solidificazione del Partito Comunista e la conseguente formazione de l’Esercito Rosso. Ne le parole di Majakovskij, però, non leggiamo solo un messaggio politico: è palese la volontà di umanizzare la figura di Lenin, contrapponendosi a la triste tendenza russa a deificare il mentore popolare. Non solo parole politiche, ci teniamo a ribadire, ma voce univoca di un dolore comune per l’Unione Sovietica; di lì a poco sarebbe succeduto, non a caso, Stalin: è chiaro che Majakovskij avesse letto ne la storia che aveva portato a l’unificazione del Partito, una malattia repentina de l’amministrazione russa. Lenin rappresenta il sogno di un paese deturpato dal caporalato e dagli abusi. Egli muore il 21 Gennaio 1924. La sua morte sconvolse il poeta, che continuerà a scrivere “parole terroristiche” contro le nuove politiche di Stalin. Non fu un caso che Majakowskij, solo sei anni dopo, fu trovato misteriosamente morto nel suo studio a Mosca. I giornali scriveranno “suicidio”, ma i colpi di pistola furono ben più di uno. Esattamente da qui è necessario partire per comprendere la visione, univoca e profonda, che Majakovskij attribuisce al capo di partito. Non un Dio, non un eletto, non un tiranno che si erge su la Torre del Cremlino, ma il primo “terrestre fra i terrestri”.